Tutte le realtà aziendali, anche quelle piccole, possono e devono fare la differenza: il CEO Walter Paccagnella ci racconta l’impegno sui temi SDG e il desiderio di tracciare la via per un futuro più sostenibile
Milano, 1995. Inizia tutto da lì, in un sottoscala: tre tecnici, appena conclusa un’esperienza lavorativa, decidono di unire le forze e creare qualcosa di nuovo insieme, ripartendo da zero. Potrebbe sembrare la trama di una pellicola hollywoodiana, della classica favola a stelle e strisce di tre self-made men. E invece è una storia vera, e tutta milanese: quella di Ecotec, che da 30 anni opera nel settore delle stampanti multifunzione in Lombardia.
«Tutto è nato da un’idea mia e del mio socio Massimo Fossati», spiega il CEO Walter Paccagnella. «Chiaramente, a quei tempi, la consapevolezza sui temi di sostenibilità era completamente diversa, se non quasi del tutto assente. Ma gli ideali, i valori, sono qualcosa che per noi c’è sempre stato. Basti guardare al modo in cui ci rapportiamo con i clienti: puntiamo sul servizio, più che sul prodotto, e amiamo tenere un contatto diretto, che duri a lungo. Il percorso ovviamente non è stato semplice: all’inizio non avevamo idea di cosa fosse un business plan, e ci siamo scontrati con tutte le difficoltà – tranne quelle economiche, per fortuna – a cui va incontro un’impresa che parte dal nulla. Ma alla fine ci siamo realizzati».
Oggi, Ecotec è da tempo corporate partner di Ricoh Italia e vanta un parco clienti molto fidelizzato tra le province di Milano, Lodi, Monza e Pavia. E nonostante le dimensioni snelle – il team conta una decina di persone – si distingue per il fortissimo impegno sui temi SDG. «Ricordo sempre con piacere l’esperienza a Tokyo, agli headquarters di Ricoh Japan», racconta Paccagnella. «Ho visto con i miei occhi la doppia realtà del Giappone e le sue contraddizioni: da un lato la profondissima cultura del rispetto tra le persone e per il mondo che abitano, dall’altro fenomeni come quello dell’overworking. Di sicuro, però, ho potuto constatare come anche Ricoh sia molto attiva in tema di sostenibilità, che per noi rappresenta un pilastro fondamentale».
Diventare un esempio: essere sostenibili si può, anche su base volontaria
Già leggendone il nome, si può intuire come questa tematica sia sempre stata cara ai fondatori di Ecotec. Che nonostante non sia obbligata dalla normativa a perseguire gli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’ONU – al contrario di un colosso come Ricoh – ha deciso volontariamente di scendere in campo. «Il momento della svolta è stato quello del Covid, un periodo complicatissimo in cui ci siamo guardati negli occhi e ci siamo detti che non potevamo esimerci dal fare qualcosa. In qualche modo, scegliendo di compiere questo passo in maniera autonoma, ne siamo usciti rinforzati. È chiaro che non essendo produttori, ma rivenditori, le azioni che possiamo intraprendere soprattutto da un punto di vista ambientale sono limitate, ma questa non deve essere una scusa».
Dal 2022, con l’aiuto di un consulente, Ecotec pubblica un report di sostenibilità annuale su base volontaria. Lo scorso anno ha inoltre conseguito le certificazioni ISO 14001 e ISO 9001. «Non si tratta di uno sforzo banale, soprattutto per una piccola realtà. Perché per fare sostenibilità ci vogliono impegno, risorse, soldi. Una volta, un collega giapponese mi ha chiesto: “perché lo fate”? Per due motivi. Il primo, semplicemente, è perché crediamo in questi valori. Il secondo ha a che fare con il nostro sogno: siamo piccoli, è vero, ma potremmo diventare un esempio per tante altre realtà simili alla nostra. E poi, perché no, anche attirare l’attenzione di grandi aziende virtuose. Che possano permetterci di arrivare a tutti».
Ciò che i numeri non raccontano: la sostenibilità non come scelta, ma come percorso
Ma questo non è che l’inizio di un percorso, perché «la sostenibilità è un qualcosa che va oltre il lungo termine, la cui fine per definizione tende al mai. Noi vogliamo fare del nostro meglio anche sugli aspetti aziendali, come il ricambio generazionale: molte imprese muoiono con i fondatori, perché non c’è un passaggio di consegne. Nel caso mio e di Massimo non sarà così. Anche per questo abbiamo voluto che entrasse a far parte del nuovo asset societario, un esperto di digitalizzazione dei processi, per tenere aperte le strade future». Perché essere sostenibili significa tante cose diverse. «Monitorare consumi e materiali, compensare le emissioni, certo, ma anche molto altro. Prendiamo ad esempio l’aspetto sociale: sempre nel periodo della pandemia, pensavo a come non avevo mai fatto qualcosa per gli altri. Cercavamo un tecnico e siamo venuti a conoscenza della realtà del carcere di Bollate, dei loro progetti di reinserimento. Insieme a loro abbiamo dato una seconda chance a una persona, grazie all’articolo 21, che ancora oggi lavora con noi. O per fare un altro esempio, abbiamo donato una lavagna interattiva alla Fondazione Sacra Famiglia di Cesano Boscone, che ospita anche bambini affetti da autismo. Sono iniziative che possiamo permetterci nel nostro piccolo, di cui penso sia giusto parlare se possono ispirare anche altri ad agire. Per fare impresa servono i profitti, ovvio, ma non si può pensare solo a far quadrare i conti. Si discute sempre del prezzo più basso, mai – o quasi – di sostenibilità. La mia speranza è che questo messaggio possa arrivare ai manager attenti a questi temi».